Carl A. Whitaker

 

Whitaker, nel suo libro “Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia”, espone il suo pensiero rispetto al fare terapia, concentrandosi, diversamente dagli altri autori, su aspetti estremamente personali e non meramente didattici; egli infatti dedica il primo capitolo del libro alla sua biografia, descrivendo la sua infanzia vissuta in una fattoria, caratterizzata dal duro lavoro nei campi e dal continuo senso di solitudine. Prosegue il racconto con il trasferimento in città e la successiva iscrizione alla facoltà di medicina nella quale intraprese dapprima la specializzazione in ostetricia e ginecologia, per poi successivamente proseguire gli studi in psichiatria. Durante questo percorso di studi riuscì ad intrattenere importanti contatti con i maggiori esponenti in psichiatria dell’epoca, dai quali capì l’importanza di introdurre importanti cambiamenti nella disciplina, iniziando proprio dalla possibilità di rendere umana la patologia mentale. È in questo contesto che Whitaker presentò delle tecniche terapeutiche di notevole impatto che vedevano il terapeuta in prima linea nella “lotta” contro il disagio mediante metodi che prevedevano l’utilizzo del gioco e della coterapia, intrapresa insieme alla moglie. Dal suo lungo lavoro con i pazienti schizofrenici e le rispettive famiglie, l’autore si convince sempre più che la patologia mentale sia un prova di salute psicologica, quasi come se fosse una guerra che ogni individuo combatte dentro di sé al fine di non arrendersi alla schiavitù sociale così da non correre il rischio di diventare una non-persona. In questo contesto è evidente come l’autore sia convinto che l’obiettivo principale della terapia è quello di liberare la persona del suo passato e dalle fantasie del proprio futuro, consentendo così di sviluppare la capacità del soggetto di vivere il presente come persone e di essere se stesse in qualsiasi momento. Nei differenti paragrafi Whitaker affronta argomenti derivanti principalmente dalla sua carriera clinica, proponendo alcune riflessioni che abbracciano i più svariati argomenti, come il lavoro con gli schizofrenici e la loro famiglie, il rapporto che l’essere umano ha con la propria intimità e alcune considerazioni rispetto al lungo processo che riguarda l’appartenenza e l’individuazione che accompagna tutti gli individui durante il ciclo vitale e come queste si riflettono nelle relazioni sociali, familiari e di coppia.

L’autore si sofferma a lungo sul concetto di intimità, considerandola una delle forze alla base della dialettica fra appartenenza ed individuazione; egli ne distingue tre tipi, ossia il delirio d’intimità, l’illusione di intimità e la realtà dell’intimità. Quest’ultima è  rappresentata nel modo migliore dalla relazione madre – bambino durante la vita intrauterina ed è da considerarsi anch’essa un’intimità non completa, anche se molto profonda, e che accompagna l’uomo nel corso di tutta la vita ponendosi come fondamenta della dialettica tra l’io e il noi, ciascuno dei quali è fonte di sofferenza, in quanto, secondo l’autore, nell’io c’è l’orrore dell’isolamento e nel noi il panico della schiavitù e della perdita del sé. Nel continuo rapporto dialettico fra appartenenza e separazione, assumono un posto centrale il matrimonio, considerato come il tentativo delle due famiglie d’origine di riprodursi, il quale procederebbe per tappe ed evoluzioni, assumendo differenti stili, e la relazione di coppia. Whitaker descrive con molta enfasi le fasi del ciclo vitale del suo matrimonio, affermando che sono state numerose le prove che ponevano i coniugi in conflitto tra l’appartenenza alla propria famiglia d’origine e l’individuazione da essa e tra l’appartenenza al noi della coppia e del nuovo nucleo familiare e l’individuazione da esso al fine di preservare l’unicità dell’io. Secondo l’autore, infatti, durante le diverse fasi si instaurano diverse triangolazioni sia interne che esterne alle famiglie, nelle quali erano presenti momenti di forte individuazione, o come lo chiama Whitaker, di divorzio psicologico, e momenti di forte appartenenza; è solo attraverso il sano superamento dei diversi momenti critici che la coppia può evolvere verso una unione più matura.

Nella seconda parte dell’opera Whitaker si dilunga ampiamente sulla psicoterapia, delle sue fasi e di cosa voglia dire essere psicoterapeuti. Egli mette a confronto il processo terapeutico individuale con quello familiare, sottolineando che per il buon inizio e proseguimento della terapia non è importante solo la capacità empatica del terapeuta, la quale permette di entrare in contatto profondo con il dolore dell’altro, ma anche la definizione precisa delle regole del setting, a partire anche dalla prima telefonata del paziente. È necessario che ci sia quella che l’autore definisce battaglia per la struttura, cioè che il terapeuta dimostri alla famiglia fin dall’inizio la propria forza e la capacità di prender in carico tutta la sofferenza; solo in seguito, quando la famiglia sarà pronta, il terapeuta potrà dar il via alla battaglia dell’iniziativa, ossia potrà affidarle la sua parte di responsabilità, rendendola artefice del cambiamento, restituendole proprio il controllo del suo cambiamento anziché provocarlo. Whitaker sottolinea l’importanza di questa prima fase e dei rischi di commettere errori che potrebbero compromettere il percorso terapeutico e pone l’accento sul processo terapeutico, considerato più importante del progresso terapeutico.

Nell’ultima parte del libro l’autore scrive della crescita del terapeuta e del passaggio che si compie dal sapere qualcosa sulla terapia, al fare terapia, fino ad arrivare ad essere terapeuta. Il passaggio dall’essere terapeuti in formazione all’esser terapeuti professionisti è descritto come un processo difficile, durante il quale si possono commettere numerosi errori, rispetto ai quali Whitaker mette in guardia e suggerendo alcuni accorgimenti da tener presente e da utilizzare durante il processo terapeutico, sottolineando numerose volte che lo strumento reale che garantisce il cambiamento è il terapeuta, in quanto il suo cambiamento garantisce il cambiamento del paziente stesso. Se il percorso terapeutico avviene con successo e il terapeuta arriva ad essere un professionista, quest’ultimo è in grado di riconosce i propri limiti e imposta la terapia in maniera efficace e separa con molta cura il tempo, il luogo e il modo di “essere un terapeuta” dal fatto di “essere una persona” che ha una vita che non si esaurisce nel lavoro. Infatti, il terapeuta professionista, passa da un atteggiamento materno che tende ad adottare tutti quelli che ne hanno bisogno, a un atteggiamento da genitore affidatario che riconosce i limiti della relazione, sia di tempo sia di impegno pratico insiti nella figura di genitore affidatario.

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