Disturbo di personalità bordeline

Tale patologia ebbe un rigore diagnostico a partire dagli anni 60, in cui si evidenziarono quattro sottogruppi di pazienti:

—       Tipo I: versante psicotico;

—       Tipo II: affetti negativi e poche relazioni interpersonali;

—       Tipo III: perdita di identità;

—       Tipo IV: versante nevrotico

Tale patologia  ha quattro caratteristiche:

—       Rabbia come affetto principale;

—       Difficoltà relazionali;

—       Assenza di una identità del sé;

—       Depressione pervasiva.

Queste quattro tipologie di instabilità si mantengono nel tempo.

I soggetti con questo tipo di disturbo cercano disperatamente di create delle relazioni diadiche uniche e una volta ottenute subentrano in due tipi di ansia: la paura di essere fagocitati dall’altro e paura di perdere l’identità fondendosi ad esso.

Un comportamento tipico di questa tipologia di pazienti è quello del “mutilarsi” e questa modalità ha lo scopo di mantenere vicine le persone ad essi legati.

I sintomi tipici di questo disturbo di personalità sono:

—       Ipocondria;

—       Ossessioni e complusioni;

—       Fobie;

—       Dissociazioni;

—       Paranoia;

—       Sessualità polimorfa;

—       Abuso di sostanze.

La struttura di personalità ha quattro caratteristiche:

  1. manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io, con un’incapacità di tollerare l’angoscia, controllare gli impulsi e di sublimare;
  2. scivolamento verso processi di pensiero primario;
  3. operazioni difensive specifiche: scissione, idealizzazione primitiva, proiezione, identificazione proiettiva, diniego, onnipotenza e svalutazione;
  4. relazioni d’oggetto patologiche interiorizzate (dei o demoni).

È importante differenziare il disturbo di personalità borderline dalla personalità borderline in quanto quest’ultima è presente e sottostante a tutti i disturbi di personalità. Inoltre è presente con una maggiore frequenza nelle donne.

Sia le ossessioni che le fobie sono sintomi predittivi per l’esordio del disturbo dopo tre anni.

 

Kernberg = il paziente supera la fase di simbiosi con la madre, per fermarsi alla fase della separazione – individuazione, in cui teme che la madre possa sparire. Il paziente ha una costante paura di essere abbandonato e tale fissazione è causata della mancata disponibilità della madre. Si crea una mancanza dell’oggetto così da scindere “buono” e “cattivo” della rappresentazione di sé e della madre. Si hanno solo intrometti negativi. Non si supera la fase edipica

.

Masterson e Rinsley = vedono le madri di tali pazienti come altamente conflittuali rispetto alla crescita del bambino. Il bambino riceve il messaggio che con la crescita e l’indipendenza perderà l’oggetto d’amore, portandolo ad una “depressione abbandonica”. Madre e bambino sono scissi. Solo l’affetto li connette. Il bambino vede solo due possibilità, esser abbandonato e cattivo, oppure essere buono negando la realtà.

Adler = basa la sua teoria sul deficit. Il paziente è un individuo alla ricerca di funzioni di oggetto-Sé provenienti da figure esterne, perché non vi erano intrometti supportivi. Al 18° mese il bambino non riesce a sviluppare una figura interna della madre a causa dello scarso sviluppo della memoria evocativa, passando ad una fase ancora più primitiva. Se tale bisogno di oggetto-sé non è soddisfatto il paziente si rivolge al suo interno frantumando il proprio sé, con la conseguente paura di annichilimento.

 

Secondo Gabbard è riduttivo soffermarsi solo sulla sottofase separazione – individuazione ed è necessario considerare entrambi i genitori.

Anche l’abuso è un fattore importante ma non sufficiente a determinare il disturbo.

 

Il nucleo del sé del bambino si sviluppo dall’interiorizzazione ella percezione del bambino come un essere dotato di intenzionalità, ritrovandosi nelle relazioni che i genitori hanno nei suoi confronti. Se ciò non avviene si contribuisce a far emergere gli stati dissociati nei pazienti. Si identificano tre cause eziologiche:

—       ambiente familiare caotico;

—       temperamento vulnerabile;

—       vari eventi scatenanti (vivere da soli, traumi, ecc..).

 

In psicoterapia individuale non esiste una soluzione rapida ed efficace, ma i pazienti possono andare incontro a miglioramenti. La situazione peggiore è l’incapacità, volta per volta del paziente, di decidere se continuare o no la terapia. Si presenta spesso una fragile alleanza terapeutica anche dopo molti mesi e tende a crearsi spesso un transfert negativo. Fine ultimo della terapia è creare un oggetto interno contenente – confortante per aiutare il paziente in momenti di solitudine. Si consiglia la psicoterapia supportava con sedute non frequenti. L’interpretazione el transfert può produrre un sostanziale miglioramento o un significativo deterioramento. I principi da mantenere sono:

—       mantenere la flessibilità;

—       definire le condizioni per attuare le terapia;

—       lasciarsi trasformare nell’oggetto cattivo;

—       promuovere una funzione riflessiva;

—       definire i confini quando è necessario (le richieste lipidiche vanno frustrate, mentre i bisogni di crescita devono essere accolti);

—       stabilire e mantenere l’alleanza terapeutica;

—       gestire la scissione tra farmacoterapia e psicoterapia;

—       aiutare il paziente a riappropriarsi degli aspetti del sé che sono stati negati o proiettati;

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—       monitorare gli aspetti controstransferali.