La percezione

Con il termine “percezione” si intende il complesso processo di trasformazione ed interpretazione dell’informazione sensoriale, che coinvolge una varietà considerevole di meccanismi di elaborazione. La percezione dipende dai sistemi fisiologici di base legati a ciascuna modalità sensoriale dai processi cerebrali centrali che integrano ed interpretano il prodotto di questi sistemi fisiologici.

Vi è anche un crescente interesse nel campo dell’intelligenza artificiale per la possibilità da parte dei computer di simulare alcuni aspetti chiave della percezione.

Le teorie storiche alla base degli studi sulla percezione sono rappresentate dalle teorie associazionistiche di Wundt, secondo le quali le informazioni del mondo circostante giungono a noi grazie alle sensazioni elementari (appartenenti ad uno strato psichico di livello inferiore). Per dare significato a tutte le informazioni c’è bisogno dell’intervento delle facoltà psichiche superiori apercettive (giudizio, ragionamento, memoria) le quali sommano le sensazioni elementari in un’unità, dando appunto a queste un significato.

Differente è il punto di vista della psicologia della Gestalt, secondo la quale gli individui sono portati a dare un certo ordine al caos delle informazioni provenienti dall’ambiente esterno sulla base di alcune leggi. Wertheimer sosteneva l’esistenza di veri e propri principi o fattori nella tendenza autoctona all’organizzazione del campo percettivo ossia, i principi di VICINANZA E SOMIGLIANZA secondo i quali si ha la tendenza al costituirsi di unità percettive fra elementi che siano simili e vicini in qualche loro aspetto; il principio di CHIUSURA per il quale regioni delimitate da margini chiusi tendono ad essere percepite come figure, più facilmente di quelle con contorni aperti o incompleti; la CONTINUITà DI DIREZIONE, per cui a parità di altre condizioni s’impone quell’unità percettiva il cui margine offre il minor numero di cambiamenti o interruzioni; la BUONA GESTALT, per cui risultano unità percettive prevalentemente quelle strutture equilibrate armoniche costituite secondo un medesimo principio come regolarità e simmetria. Infine l’ESPERIENZA PASSATA  evidenzia come la segmentazione del campo percettivo avviene, pure in funzione delle nostre esperienze passate in modo che sarebbe favorita la costituzione di oggetti con i quali abbiamo familiarità, che abbiamo gia visto piuttosto che di forme sconosciute o poco familiari.

L’enorme quantità di ricerche sulla percezione rende completamente impossibile fornire una trattazione esauriente della percezione dal punto di vista fisiologico e psicologico e dell’intelligenza artificiale, tuttavia si hanno maggiori conoscenze sulla “percezione visiva” che su ogni altra modalità sensoriale di percezione  probabilmente perché essa rappresenta la modalità sensoriale più importante per i soggetti vedenti in quanto l’informazione visiva influenza i processi cognitivi in misura maggiore dell’informazione derivante da ogni altra modalità.

Uno dei problemi centrali nella percezione visiva è quello relativo al RICONOSCIMENTO DELLE CONFIGURAZIONI che implica l’identificazione o riconoscimento di stimoli bi o tridimensionali nell’ambiente.

A tal proposito vorrei riportare due approcci differenti allo studio del riconoscimento delle configurazioni:

teorie dei prototipi: affermano che le similitudini tra stimoli correlati giocano un ruolo importante nel riconoscimento delle configurazioni. Più specificamente, le teorie dei prototipi affermano che ogni stimolo è membro di una classe di stimoli e condivide gli attributi chiave di quella classe. Il riconoscimento delle configurazioni prevede il confronto degli stimoli con i prototipi che sono “schemi”, “descrizioni strutturali” che rappresentano gli elementi basilari di un insieme di stimoli immagazzinati nella memoria a lungo temine.

Evidenze empiriche: Franks e Bransford (1971) costruirono dei prototipi combinando forme geometriche come cerchi, stelle e triangoli in raggruppamenti strutturali. Tali prototipi vennero poi sottoposti a numerose distorsioni applicando ad essi una o più trasformazioni. Ai  soggetti vennero poi mostrate alcune di queste configurazioni distorte (ma non i prototipi stessi) seguiti da un test di riconoscimento.

I risultati misero in evidenza come i soggetti fossero assolutamente convinti di aver visto il prototipo, nonostante nessun prototipo fosse stato mostrato loro. Quelle configurazioni che differivano dal prototipo per un’unica trasformazione, venivano successivamente riconosciute con maggiore sicurezza, e vi era una relazione diretta tra il grado di somiglianza di una configurazione al suo prototipi e la sicurezza del riconoscimento.

Limitazioni: la maggior parte di queste teorie non è abbastanza esplicita circa i dettagli del processo di confronto tra la rappresentazione interna di uno stimolo ed il prototipo; questo perché i confronti si possono verificare sia in serie (uno alla volta) che in parallelo (due o più alla volta). Dal momento che il processo di confronto potrebbe richiedere un tempo molto lungo per ottenere il riconoscimento di una configurazione se operasse in serie, è probabile che il paragone tra rappresentazioni interne dello stimolo e prototipi si compia in parallelo.

Inoltre le teorie dei prototipi non riescono a spiegare in che modo il riconoscimento di configurazioni sia influenzato dal contesto in cui viene presentato lo stimolo allo stesso modo che dallo stimolo stesso.

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