L’attenzione

il concetto di “attenzione” ha avuto diverse interpretazioni nel corso dell’ultimo secolo. Moray (1969) ha osservato che con il termine di attenzione a volte si indica la capacità di selezionare, per una ulteriore elaborazione, parte delle stimolazioni in arrivo, ma è anche stato usato come sinonimo di concentrazione o set mentale.

Con il termine di attenzione si è anche fatto riferimento al processo di ricerca di un target specifico ed è stato suggerito che l’attenzione sia in relazione con la vigilanza (ad es. il soggetto saporoso ha una vigilanza ridotta e di conseguenza fa poca attenzione a ciò che lo circonda).

Se noi ci chiediamo che cosa ci fa prestare attenzione ad alcune cose piuttosto che ad altre, la risposta è che scegliamo di concentrarci sulle informazioni rilevanti per la nostra attività e le nostre intenzioni attuali. Questo in parte è vero, tuttavia bisogna riconoscere che esistono stimoli che catturano l’attenzione su di sé.

A tal riguardo Berlyne (1960) ha teorizzato che questi stimoli sono quelli tipicamente in conflitto con le nostre aspettative perché sono nuovi, sorprendenti, incongrui, complessi o intensi e la prova principale di ciò è data dal fatto che tendono a elicitare la reazione di orientamento, ovvero il farci chiedere di cosa si tratta il che riflette attenzione.

Bisogna fare una distinzione molto importante tra ATTENZIONE SELETTIVA e ATTENZIONE DISTRIBUITA.

L’attenzione selettiva o focalizzata si studia presentando al soggetto due stimoli contemporanei e chiedendogli di elaborare e di rispondere ad uno solo di essi. Tale studio ci può dire quanto sia possibile selezionare efficacemente alcuni stimoli piuttosto che altri e ci consente di studiare la natura del processo di selezione e il destino degli stimoli trascurati.

L’attenzione distribuita si studia presentando almeno due stimoli contemporanei ma con l’indicazione che a tutti gli stimoli di deve prestare attenzione e rispondere. Gli studi sull’attenzione distribuita forniscono informazioni utili circa le limitazioni dei singoli processi di elaborazione  e forniscono qualche indicazione sui meccanismi attenzionali e sulla loro capacità.

Quasi tutti gli studi sull’attenzione selettiva si sono rivolti o alla modalità uditiva o a quella visiva.

L’ ATTENZIONE UDITIVA SELETTIVA consiste nella capacità di selezionare una parte degli stimoli in entrata e sottoporli ad una elaborazione accurata, mentre la parte restante degli stimoli viene elaborata solo parzialmente e in modo più superficiale.

Colin Cherry (1953) è stato il primo ad effettuare studi sull’attenzione selettiva focalizzando l’attenzione sul fenomeno del “cocktail party”. Riflettere sulle implicazioni di tale fenomeno permette di comprendere meglio il rapporto tra attenzione selettiva e attenzione automatica (determinata da alcuni stimoli indipendentemente dall’intenzionalità del soggetto, come stimoli nuovi e inusuali in grado di elicitare risposte di orientamento).

Con il problema del cocktail party Cherry sottolinea la nostra capacità di seguire una sola conversazione mentre molte persone parlano contemporaneamente; stando in una stanza affollata, un soggetto riesce a percepire con chiarezza una conversazione che si svolge dall’altra parete della stanza ma che considera particolarmente importante. Ad esempio, la pronuncia del nostro nome cattura la nostra attenzione distogliendola dalla conversazione che si stava seguendo in precedenza. Cherry scoprì che questa abilità utilizza le differenze fisiche dei vari messaggi uditivi e che ci permettono di isolare quello che ci interessa (differenza di sesso, di intensità della voce o di localizzazione di chi parla).

Sulla base di ciò Cherry ha condotto esperimenti nei quali un messaggio uditivo doveva essere ombreggiato (cioè ripetuto ad alta voce) mentre un secondo messaggio uditivo veniva trasmesso all’altro orecchio. Pochissime informazioni erano estratte dal secondo messaggio, ovvero quello trascurato.

Broadbendt rimase colpito da questi studi e dal fatto che la capacità di comprensione di un messaggio dipende dall’attenzione prestata a quel messaggio ed ha proposto la “teoria del filtro” (1958).

Broadbendt sostiene che non possiamo prestare attenzione a più di una cosa per volta,

per cui, in un paradigma con ascolto dicotico, se al soggetto viene detto di ascoltare entrambi i messaggi tenderà a spostare l’attenzione da uno all’altro (attenzione selettiva).

Secondo la teoria del filtro, quando due stimoli vengono presentati contemporaneamente, solo uno dei due può passare il filtro, mentre l’altro rimanendo immagazzinato nel buffer sensoriale, può essere elaborato successivamente; questo meccanismo di selezione è necessario per evitare un sovraccarico d’informazione. Tuttavia, le limitazioni imposte all’elaborazione contemporanea di due stimoli si riducono notevolmente se gli stimoli da elaborare sono tra loro dissimili.

La teoria del filtro considera il canale percettivo un canale a capacità limitata ed è rappresentato dalla parte verticale della Y, mentre il registro sensoriale corrisponde alle due diagonali della Y. Nel punto in cui le due diagonali si uniscono, c’è un filtro che oscilla e che impedisce l’accesso ad uno dei due canali superiori.

Nonostante la sua apparente validità, ben presto ci si è resi conto che la teoria di Broadbent era insufficiente.

Diversi studi (Gray e Wedderburn, 1960), ad esempio, hanno evidenziato che anche informazioni in ipotesi bloccate dal filtro, possono essere elaborate.

Ad esempio, se nell’ascolto dicotico, nel messaggio irrilevante per il soggetto viene pronunciato il suo nome, il soggetto tende ad individuarlo.

Treisman (1964) elaborò una versione modificata della teoria di Broadbent, secondo la quale l’analisi dell’informazione trascurata è semplicemente attenuata.

Per la Treisman l’analisi precoce dell’informazione irrilevante è meno precisa e completa, rispetto a quella dell’informazione rilevante, ma l’informazione irrilevante non è del tutto trascurata, bensì attenuata.

Treisman (1964), a questo proposito,  ha ipotizzato la presenza di un filtro attenuato, per cui prima si verificano i fenomeni di elaborazione preattentiva e in seguito si seleziona l’informazione rilevante.

In sostanza, il filtro attenuato rallenta ma non impedisce il processo di elaborazione.

Tale processo è gerarchico e procede dall’analisi delle caratteristiche fisiche degli stimoli,  alla successiva analisi della struttura grammaticale e dei significati. Non è detto che per ogni stimolo si arrivi ad una  elaborazione completa.

Secondo Treisman, il filtro attenuato permette di prestare la maggior parte dell’attenzione ad un messaggio, ma resta una porzione attentiva da indirizzare all’altro.

E’ per questo che i soggetti pur ascoltando un solo messaggio, erano in grado di rilevare alcune informazioni dell’altro (es. il proprio nome).

Sia Broadbent che Treisman ipotizzano che il filtro sia piuttosto periferico, cioè che si attivi nelle primissime fasi di elaborazione dello stimolo (fase di input).

D’altro canto, Deutsch e Deutsch (1963) ipotizzano invece che entrambe le informazioni, sia quella rilevante sia quella non rilevante, siano elaborate completamente e che la differenza si trovi non nell’elaborazione del materiale, ma nel tipo di risposta prodotta dal soggetto.

In altre parole, il filtro si troverebbe non più a livello della ricezione delle informazioni, ma a livello della risposta.

Altre teorie valutano il processo di ATTENZIONE VISIVA SELETTIVA, considerando particolarmente i processi inibitori. Uno di questi modelli descrive l’attenzione come se fosse un raggio di luce che illumina certi oggetti, permettendone un’elaborazione dettagliata, e ne lascia altri nell’ombra. Per avere un’efficiente elaborazione dell’ambiente, è necessario che l’attenzione non torni continuamente a posizioni dello spazio già visitate e sarebbero proprio i processi inibitori ad impedire questo ritorno.

Quando qualcosa alla periferia del campo visivo si modifica, ad esempio quando c’è un cambiamento di luminosità del bersaglio, l’oggetto che cambia orienta automaticamente su di se l’attenzione. Quando poi l’attenzione è ridirezionata attivamente verso un’altra porzione dello spazio, la percezione del bersaglio alla periferia peggiora. Infatti, la percezione di tale bersaglio richiederebbe il permanere su di esso di un po’ di attenzione che però viene inibita dal tornare al bersaglio originario.

Per ATTENZIONE DISTRIBUITA si intende la capacità di elaborare informazioni provenienti da più fonti. Quando si fa riferimento al concetto di attenzione divisa si pone l’accento su un particolare aspetto dei processi attentivi, ovvero sulla capacità che tutti abbiamo di prestare attenzione a più cose contemporaneamente.

La situazione sperimentale tipica nello studio dell’attenzione distribuita è quella relativa al doppio compito; il risultato che in genere si osserva in questa situazione è che la prestazione ai due compiti è peggiore di quella ottenuta dallo stesso soggetto quando è impegnato nei due compiti separatamente. Le teorie strutturali spiegano la prestazione in compiti multipli facendo riferimento ad un rapido spostamento dell’attenzione tra i diversi compiti; ad esempio Broadbent propone che l’operatore umano abbia una singola risorsa, ovvero un unico processore a capacità limitata.

Quando questo processore è impegnato nell’elaborazione dell’informazione per un compito, l’elaborazione per il secondo compito viene sospesa finché la prima non è completata. In questa prospettiva, l’attenzione è vista come un fenomeno tutto o nulla. I teorici della capacità, invece, sottolineano la divisibilità delle risorse cognitive tra i diversi compiti contemporanei e la possibilità di assegnare in modo graduato parte delle risorse a ciascun compito.

Il modello di Kahneman è particolarmente importante perché rappresenta il tentativo di unificare le teorie strutturali e quelle della capacità. Egli afferma che l’operatore umano ha una capacità limitata per l’esecuzione delle attività mentali e che il limite varia con il livello di attivazione in funzione del carico imposto da ciò che, attimo per attimo, siamo chiamati a fare. Assume quindi che quando l’attivazione fisiologica è moderatamente alta c’è una maggiore disponibilità di capacità. Kahneman ritiene che al crescere delle richieste si ha un corrispondente aumento della quantità di risorse mobilitate, fino a quando le prime non eccedono le seconde; a questo punto la prestazione del soggetto non è più adeguata alla domanda e si ha un’interferenza tra i compiti. Tale modello distingue tra un’interferenza di capacità, che è non specifica e dipende solo dalle richieste di entrambi i compiti, e un’interferenza strutturale, che invece è specifica e dipende dalla complessità cognitiva dei due compiti. L’ipotesi, quindi, è che per eseguire una qualsiasi attività mentale siano necessarie due condizioni, ovvero, disporre di un insieme di informazioni adeguate e specifiche per quella attività e inoltre poter usufruire della quantità sufficiente di impegno, sforzo o attenzione.

Le teorie strutturali e della capacità assumono quindi l’esistenza di un’unica riserva di risorse indifferenziate e, di conseguenza, non riescono a spiegare alcuni effetti sperimentali che sono stati più volte osservati; tra questi possiamo citare “l’insensibilità alla difficoltà” ovvero, in base alle teorie della capacità se si aumenta la difficoltà del compito primario allora la sua esecuzione dovrebbe richiedere più risorse a scapito dell’esecuzione del compito secondario, quindi la prestazione a quest’ultimo dovrebbe peggiorare. Questo effetto però non viene sempre osservato, in quanto a volte l’incremento della difficoltà in un compito primario non determina un peggioramento della prestazione nel compito secondario. Un altro effetto sperimentale osservato è quello della “condivisione perfetta” ossia è stato osservato che a volte due compiti vengono eseguiti contemporaneamente senza alcuna interferenza.

Questi effetti ci dicono che nel caso di situazioni che impongono di eseguire più compiti contemporaneamente non conta solo la quantità di risorse allocate in ogni compito, ma anche le strutture o i processi cognitivi che essi coinvolgono. L’osservazione di tali effetti da ragione di esistere alle teorie delle risorse multiple, il cui principale esponente è Wickens; tali teorie non prevedono l’esistenza di un unico insieme di risorse allocabili ad uno o più compiti, ma di più insiemi di risorse, ciascuno con proprie caratteristiche che possono essere allocabili in modo indipendente.

 

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