M.S. Palazzoli

La Selvini Palazzoli è considerata l’autrice italiana di maggior rilievo in abito internazionale in quanto, grazie al suo libro “Paradosso e controparadosso”, è riuscita a rendere chiari ed operativi in ambito terapeutico molti dei concetti teorici esposti da autori quali Bateson e Watzlawick.
La modalità di lavoro proposta dall’autrice e dai suoi collaboratori nella prima parte dell’opera è molto dettagliata e prevede un setting terapeutico suddiviso in cinque parti: la preseduta, la seduta, la discussione della seduta e la stesura del verbale di seduta; tutte le fasi sono seguite da tutti i membri dell’equipe.
Nella seconda parte del libro vengono affrontati argomenti riguardanti la coppia e la famiglia a transazione schizofrenica e il concetto di paziente designato. L’autrice, rispetto alla famiglia a transazione schizofrenica, afferma che questa tipologia di famiglia può essere considerata un gruppo naturale regolato al suo interno da una simmetria esasperata al punto da essere non dichiarabile e quindi nascosta. Queste transazioni simmetriche sono trasmesse da una generazione all’altra, tanto che quando due individui si incontrano per formare una nuova famiglia, utilizzano delle norme relazionali già molto rigide; infatti la Selvini Palazzoli afferma che nella seconda generazione, ossia la giovane coppia, oltre alle soluzioni disfunzionale adottate dalle prima generazione, emerge una soluzione criteriale, ossia la cautela nell’esporsi in quanto rifiuto di esporsi a un rifiuto. Il tutto si struttura e si organizza rispetto alla necessità del controllo della relazione, controllo che avviene nella maggior parte dei casi con il soggetto che si qualifica nella relazione come non esistente. A questo punto emergono anche le difficoltà rilevate dall’autrice, espresse nella terza parte del libro, rispetto all’uso del linguaggio nel tentativo di descrivere delle relazioni che non seguono una linearità casuale ma circolare e nello specifico all’utilizzo di verbi adatti per mettere in evidenza le transazioni relazionali in sistemi così complessi; si passa così dall’utilizzo del verbo essere, che determina a priori una causalità, al verbo apparire per poi raggiungere il verbo mostrare che denota, entro i limiti del linguaggio verbale, una realtà di tipo circolare.
Rispetto al concetto di paziente designato l’autrice si sofferma principalmente sulle comunicazioni emergenti in un sistema con un membro schizofrenico dove le transazioni sembrano simili a quelle di una partita a scacchi all’interno della quale per decidere la mossa successiva il giocatore si basa solo sulle espressioni facciali dell’altro; viene sottolineato più volte il messaggio, espresso in forma paradossale, della volontà di cambiare una definizione di una relazione che non è mai stata definita, e ribadito con un messaggio altrettanto paradossale del tipo “ non è che non fate come dovreste fare..è solo che non siete come dovreste essere”, rendendo inerme ogni tipo di comunicazione orientata al cambiamento del soggetto.
Nella terza parte del libro sono esposti differenti temi riguardanti l’approccio terapeutico; viene ripresa la strutturazione di Bateson rispetto ai tipi di apprendimento, sottolineando la necessità da parte del terapeuta di commettere degli errori iniziali in quanto questo permette a quest’ultimo e alla famiglia di poter avanzare verso i livelli più alti di apprendimento e raggiungere così una capacità metacomunicativa necessaria per la riuscita dell’intervento terapeutico. Un altro concetto esposto riguarda la connotazione positiva, come strategia utilizzata per favorire il cambiamento del sistema; l’autrice infatti afferma che qualificando come positivi, cioè buoni, i comportamenti sintomatici in quanto motivati dalla tendenza omeostatica, ciò che di fatto si connota positivamente è la tendenza omeostatica del sistema, e non le persone, rispettando in tal modo una delle caratteristiche fondamentali del sistema, ossia la totalità. Un’altra strategia discussa è quella della prescrizione in prima seduta, il cui scopo, per l’autrice è quello di costituire una marca del contesto terapeutico. Tale prescrizione provoca nella famiglia una retroazione e porta luce sulla disponibilità e sulla motivazione della famiglia a un eventuale trattamento delimitando un preciso campo di osservazione e strutturare e disciplinare la seduta successiva.
L’autrice affronta anche l’argomento del mito familiare, inteso proprio come prodotto sistemico derivato da più generazioni che fornisce ai singoli individui del sistema familiare determinati ruoli e funzioni e sottolinea come sia fondamentale intervenire sul mito in modo cauto e mirato mediante la prescrizione di rituali familiari da svolgere sia in seduta che a casa, allo scopo proprio di favorire un movimento rispetto alle funzioni e ai ruoli. Sono affrontati anche aspetti relazionali tra i fratelli ed è discusso il ruolo che il paziente designato fa proprio rispetto alla possibilità di salvaguardare lo status di uno o altri fratelli, seppur sacrificando se stesso; viene ribadita anche l’importanza del sottrarre il figlio dalle situazioni conflittuali tra i genitori, così da dargli la possibilità di comprendere che tale condizione può anche non influenzare il suo percorso evolutivo e liberarlo da una situazione di stallo funzionale.
Sempre nella terza parte del libro l’autrice affronta l’argomento dei miglioramenti sospetti nel sistema familiare, non giustificabili alla luce di quel preciso punto del processo terapeutico e di come questi debbano comunque essere accettati dal terapeuta in quanto indicativi di aree non investigate in terapia; in questa condizione, visto il valore comunicativo di tali miglioramenti, il terapeuta può anche proporre di terminare il percorso terapeutico allo scopo di avere sempre in mano l’iniziativa e il controllo della situazione, collegando l’eventuale sospensione del trattamento al contratto iniziale avvenuto tra la famiglia e il terapista nel quale veniva deciso un numero standard di sedute necessarie; così facendo, qualora il percorso terapeutico fosse interrotto in anticipo, si darebbe comunque la possibilità alla famiglia di poter usufruire in futuro delle restanti sedute. L’autrice si sofferma anche sulla necessità di prestare particolare attenzione nel caso si verifichino assenze dei componenti del nucleo familiare durante il processo terapeutico e sottolinea come in realtà tali assenze siano solo di ordine fisico e non funzionale in quanto, la stessa assenza viene considerata una mossa dell’intero sistema; in questi casi è necessario che il terapeuta faccia attenzione a ciò che avviene in seduta così da poter successivamente prescrivere un compito che permetta all’assente di esserci con la sua assenza. Oltre al tema dell’assenza, viene affrontato il tema delle coalizioni nascoste tra i membri della famiglia e di come queste non debbano ingannare il terapeuta rispetto al perché di tali situazioni, proponendo in tal modo una visione lineare del fenomeno, ma devono essere considerate come delle mosse funzionali che, se inglobate entro i limiti del linguaggio verbale in un’ottica di tipo sistemica – circolare, permettono la risoluzione del conflitto tra le parti, fornendo una possibilità di cambiamento. L’opera della Selvini Palazzoli termina affrontando il tema dell’impotenza del terapeuta rispetto alla situazione familiare e alla sua impossibilità di proporre un cambiamento della condizione sintomatica del sistema; l’autrice afferma che tale tema deve essere ben preparato nelle sedute precedenti e deve essere molto controllato seppur naturale in quanto, proponendosi in un’ottica paradossale, potrebbe smuovere il terapista da una condizione di stallo e favorire un mutamento dell’intero sistema terapeutico.

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