Principi, caratteristiche e obiettivi della diagnosi psicologica

Facendo riferimento all’etimologia del termine, per diagnosi psicologica si intende sia il processo per mezzo del quale (dia-) cerchiamo di conoscere (gnosis) il funzionamento psichico di un determinato soggetto sia la denominazione, basata su una terminologia condivisa dalla comunità scientifica, che attribuiamo a tale funzionamento. La diagnosi è dunque una mappatura del funzionamento psichico che si traduce in una descrizione narrativa il più possibile sistematica e che deve rispondere sia ai requisiti di specificità sia a quelli di generalizzabilità.

Compito del clinico è quello di formulare una diagnosi implicita del funzionamento dell’altro anche quando non ne struttura una formulazione esplicita; affinché essa si trasformi in una buona diagnosi è necessario tener conto sia delle ricerche che valicano la solidità empirica degli strumenti utilizzati, segnalandone punti di forza e debolezza, sia la letteratura clinica e applicativa che ne dimostri l’utilità e ne chiarisca le peculiarità e i contesti d’applicazione. Un aspetto da non trascurare è che quasi tutte le diagnosi cambiano nel tempo, in quanto, la vita psichica di una persona pur presentando dei processi caratterizzati da un cambiamento assai lento, detti strutturali, subisce evoluzioni e modifiche connesse alle esperienze di vita e ai processi narrativi. È necessario tener conto anche che la diagnosi emerge in un contesto relazionale, che ne è la base e la influenza, oltre che rappresentarne una fonte importante di informazioni. In tal senso è presumibile credere che il processo diagnostico sia possibile solo in presenza di una buona alleanza diagnostica, che fonda, la relazione tra valutatore e valutato, ed è la base per lo sviluppo di una buona alleanza terapeutica. Bisogna quindi ricordare che la diagnosi è da considerarsi un’entità complessa, un processo che tiene conto effettivamente di molteplici dimensioni psichiche, conscie e inconscie, esplicite e implicite, sane e patologiche. In quest’ottica la diagnosi psicologica si rileva essenzialmente multidimensionale e multistrutturale.

In ambito clinico esistono differenti tipologie di diagnosi:

  • Diagnosi descrittive e diagnosi strutturali: le nosografie descrittive, come il DSM IV-Tr, si basano sulle informazioni che i diretti interessati sono in grado di riferire esplicitamente, o su informazioni che sono direttamente osservabili. Questa metodologia è funzionale al tentativo di costruire un sistema di classificazione e identificazione sindromica ateoretico. La scelta di criteri direttamente osservabili o autoriferiti prescinde dalla conoscenza di qualsiasi modello teorico, che diventa invece necessario qualora nel processo diagnostico si intendano prendere in considerazione rappresentazioni e processi impliciti e relativamente inferenziali. In questo caso è proprio la teoria che permette di passare dal livello di ciò che è direttamente osservabile al livello di ciò di cui si può ipotizzare la presenza e l’intensità. Il principale modello diagnostico basato su rappresentazioni e processi impliciti è la diagnosi strutturale di matrice psicodinamica e nello specifico la diagnosi secondo il modello di Kernberg che, insieme a l’ Asse struttura  dell’ OPD, ha influenzato fortemente la sezione sulla diagnosi della personalità del Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM).
  • Diagnosi di funzioni o diagnosi di contenuti: che si adotti un modello diagnostico strutturale o descrittivo, un sistema diagnostico può prediligere la valutazione dei processi e delle funzioni psichiche o, viceversa, quella dei contenuti psichici. Funzioni Vs. contenuti è un’altra polarità che ci permette di differenziare tra di loro gli strumenti diagnostici. Un modello di diagnosi funzionale può essere quello sulla quale si sviluppa la SWAP, che individua quattro grandi domini funzionali la cui indagine è necessaria per poter formulare la diagnosi: 1) le motivazioni, i bisogni, i valori morali e gli ideali, con i relativi conflitti, 2) le risorse e le caratteristiche effettive e cognitive, 3) l’esperienza di sé, degli altri e delle relazioni tra sé e gli altri e 4) le esperienze evolutive che hanno maggiormente influito sulla vita psichica del soggetto.
  • Diagnosi categoriali e diagnosi dimensionali: un problema nel processo diagnostico è in parte connesso alla dicotomia diagnosi categoriale vs dimensionale e la loro integrazione in una diagnosi descrittiva/strutturale. Per la verità, la scelta tra una diagnosi di tipo categoriale e una dimensionale dipende da alcune scelte teoriche di fondo, implicite o esplicite. Un esempio di diagnosi categoriale è quella che ritroviamo nel DSM, mentre un esempio di diagnosi dimensionale è quella del modello Basato sui Cinque Grandi Fattori della personalità, il BFQ.
  • Diagnosi nomotetiche, diagnosi politetiche e diagnosi prototipiche: la diagnosi nomotetiche individua un gruppo di criteri specifici per disturbo e implica che, per fare diagnosi di quel disturbo, tutti i criteri debbano essere soddisfatti. La diagnosi politetica implica che, per diagnosticare un disturbo, deve essere soddisfatto un numero X di criteri N stabiliti. La diagnosi prototipica vuole che sia il grado di sovrapposizione o somiglianza tra la descrizione di un prototipo di disturbo e la presentazione clinica del paziente a determinare la misura in cui quel paziente presenti o meno quel disturbo.

Per concludere possiamo dire che l’utilità di una buona formulazione diagnostica è necessaria innanzitutto per condividere le informazioni raccolte circa il funzionamento psichico di un paziente per mezzo di un linguaggio condiviso e comprensibile anche a clinici di differenti orientamenti, poi è indispensabile per elaborare un piano di trattamento e per poter confrontare le proprie ipotesi sul funzionamento psichico di un paziente con le informazioni presenti sulla letteratura clinica ed empirica.

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