Salvador Minuchin

Salvador Minuchin propone nelle sue due opere di maggior rilievo, “Famiglie e terapia della famiglia” e “Famiglie psicosomatiche – l’anoressia mentale nel contesto familiare”, sia un modello strutturale come base degli approcci terapeutici con le famiglie, sia un approccio innovativo allo studio e all’intervento delle condizioni di malessere psicosomatico.

In “Famiglie e terapia della famiglia” descrive in modo molto dettagliato il ruolo cruciale del nucleo familiare nello sviluppo psicologico di ogni individuo, mettendo in risalto le funzioni sociali e culturali alle quali la famiglia deve adempiere nel suo percorso di vita, consentendo così ai suoi singoli membri di poter sviluppare, nel continuo rapporto tra senso di appartenenza e di differenziazione, un senso di identità ben strutturato; Minuchin infatti definisce la famiglia come un laboratorio, matrice dell’identità per i suoi componenti.

L’autore, nel definire un modello della terapia familiare, fornisce uno schema basato su tre concetti basilari: 1) la struttura della famiglia considerata come sistema socio – culturale aperto, in trasformazione, 2) la visione evoluzionistica della famiglia, la quale prevede periodi di ristrutturazione del sistema e 3) la capacità di adattamento a nuove situazioni così da mantenere continuità e garantire la crescita psico – sociale a ciascun membro. La struttura familiare viene concepita come quel invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono tramite dei modelli transazionali ripetuti, i quali a loro volta, stabiliscono modelli su come, quando e con chi stare in relazione.

L’approccio strutturale considera la famiglia come un sistema connesso all’intera realtà sociale, all’interno del quale sistema si formano differenti sottosistemi; questi possono essere i singoli membri del nucleo familiare, il sottosistema genitoriale, il sottosistema dei coniugi e il sottosistema dei fratelli. Questi sottosistemi sono definiti dai loro confini, ossia quelle regole che determinano chi partecipa o meno ad uno specifico sottosistema, i quali vengono così elencati da Minuchin: confine chiaro, confine diffuso, confine rigido, affiliazione, supercoinvolgimento, conflitto, coalizione e deviazione. Ogni particolare tipologia di confine connota una particolare modalità transazionale tra i sottosistemi, la quale può essere di tipo funzionale e ben aderente all’attuale stadio di sviluppo della famiglia, ad esempio un confine diffuso tra la madre e il neonato durante i primi anni di vita di quest’ultimo e la presenza di confini chiari tra il sistema coniugale e il sistema genitoriale negli anni successivi di vita del figlio, oppure di tipo disfunzionale, come ad esempio il caso di un bambino genitorializzato, dove il confine con la madre è estremamente diffuso ed entrambi si posizionano oltre un confine molto rigido con il padre. La valutazione di questi confini permette di definire se un sistema familiare è funzionante oppure no e di poter intervenire in caso di difficoltà e problemi. L’autore infatti propone di intervenire direttamente a livello strutturale, cercando di portare i singoli membri e i vari sottosistemi a definire confini chiari tra loro, risolvendo in tal modo situazioni “disimpegnate”, dove i confini tra i sottosistemi sono estremamente rigidi, e situazioni di tipo “invischiate”, dove invece i confini tra i sottosistemi sono estremamente diffusi. Inoltre nella formazione di un sistema terapeutico, il cui obbiettivo è appunto quello di ristrutturare il sistema familiare, è importante che lo stesso terapeuta si ponga in termini di “leader” mediante delle operazioni di associazione. Una volta che il terapista si è associato alla cultura della famiglia vengono messi in atto degli accomodamenti, ossia il mettere in evidenza gli adattamenti dello stesso terapista per conseguire l’associazione. Minuchin individua differenti tecniche di accomodamento: il “mantenimento”, ossia la capacità del terapeuta di sostenere in modo pianificato la famiglia o i singoli membri mentre avvengono i cambiamenti strutturali; il “seguire le tracce”, con la quale il terapista segue i contenuti delle comunicazioni e del comportamento della famiglia, incoraggiandola a continuare, scoprendo così anche la struttura familiare sottostante; la “mimesi”, cioè la capacità del terapeuta di sintonizzarsi con l’aspetto non verbale delle comunicazioni della famiglia. Inoltre nel valutare le interazioni che avvengono nella famiglia, l’autore si concentra su sei settori principali: 1) la struttura della famiglia, i suoi modelli transazionali e quelli alternativi disponibili, 2) la flessibilità e la capacità del sistema di elaborare e ristrutturarsi, 3) la risonanza del sistema familiare e la sua sensibilità rispetto alle azioni individuali di ciascuno, 4) le fonti di sostegno presenti nell’ecologia della famiglia, 5) lo stadio di sviluppo e la messa in atto di compiti appropriati per quello stadio e 6) come i sintomi del paziente designato sono usati per mantenere i modelli transazionali preferenziali della famiglia.

Minuchin descrive le tecniche da lui utilizzate per ottenere la più rapida ristrutturazione del sistema familiare raggiungendo così gli obiettivi terapeutici fissati per la famiglia; una di queste tecniche è l’attuazione dei modelli familiari transazionali mediante la capacità di agire modelli transazionali, ossia mettere la famiglia nelle condizioni di agire piuttosto che descrivere; oppure mediante il ricreare canali di comunicazione, cioè il terapista non permette ad un membro del sistema familiare di parlare di un altro membro con lui, ma invita il parlante a rivolgesi al soggetto della discussione; oppure manipolare lo spazio, grazie al quale si permette alla famiglia di agire, nello spazio geografico, le sue descrizioni, trasformando così lo spazio in una metafora che indica vicinanza o distanza tra le persone. Un’altra tecnica è la demarcazione dei confini, grazie alla quale si spera di raggiungere un livello corretto di permeabilità dei confini tra i sottosistemi della famiglia. Ciò può essere messo in atto mediante la delinazione diretta dei confini individuali, proteggendo e stimolando l’autonomia di ogni singolo componente, ad esempio, tenendo conto del punto di vista dei singoli e invitando gli altri componenti della famiglia a non parlare di ciò che secondo loro proverebbe qualcun altro; si devono demarcare anche i confini dei sottosistemi, come ad esempio quelli del sottosistema della coppia, così da proteggerla dalle intrusioni dei figli o dai membri adulti della famiglia estesa, oppure del sottosistema genitoriale, rendendolo la centrale esecutiva rispetto alle decisioni relative alla crescita dei figli, oppure del sottosistema dei fratelli, garantendo ai figli la possibilità di imparare ad essere collaborativi, competitivi, a creare o perdere delle alleanze.

Un’altra tecnica che permette di ristrutturare la famiglia è l’aumento di tensioni, grazie alle quali il sistema familiare può, attraverso l’intervento del terapista, riconoscersi la capacità di reagire di fronte a situazioni e contesti nuovi, e questo avviene mediante il blocco dei modelli transazionali, il sottolineare le differenze rispetto ad aspetti non presi in considerazione dalla famiglia, l’esplicitare conflitti impliciti tra i membri e la coalizione momentanea del terapeuta con un membro contro un altro. Minuchin propone anche l’assegnazione alla famiglia di compiti da effettuare sia in seduta che a casa. Infine, vengono utilizzati gli stessi sintomi del paziente designato come tecnica per permettere una ristrutturazione della famiglia; l’autore propone di concentrarsi sul sintomo, in quanto il paziente designato rappresenta un nodo cruciale attraverso il quale convergono particolari transazioni del sistema, oppure l’esagerazione del sintomo, portando il sistema ad esasperare il sintomo del paziente designato così da permettere una ristrutturazione; viene utilizzata anche la de-enfatizzazione dello stesso sintomo, permettendo così al terapeuta di spostarsi dal paziente designato ai problemi transazionali dell’intero sistema, oppure la ridefinizione del sintomo in termini interpersonali, lo spostamento verso un nuovo sintomo emerso in un altro membro durante il processo terapeutico e il cambiamento dell’effetto emotivo che il sintomo porta con se.

Rispetto all’opera “ Famiglie psicosomatiche – l’anoressia mentale nel contesto familiare” Minuchin inserisce l’anoressia mentale nell’ambito di studio dei disturbi psicosomatici, proponendo una tecnica della terapia impostata sull’approccio sistemico – relazionale, portando l’attenzione dell’intervento terapeutico sulla famiglia d’origine del portatore del sintomo. L’autore, dopo aver effettuato studi empirici con l’obbiettivo di dimostrare l’effetto che le stesse dinamiche relazionali hanno sulla regolazione metabolica di soggetti portatori di disagi psicosomatici, individua quattro caratteristiche tipiche delle famiglie con un soggetto anoressico, ossia: l’invischiamento, caratteristico di sottosistemi aventi confini molto deboli, non differenziati e che spesso si sovrappongono; l’ iperprotettività, intesa come l’alto grado di interesse che ogni membro della famiglia ha rispetto alla salute di un altro componente, il quale genera continue provocazioni rispetto alla salute ed a repentine risposte di protezione e di nutrimento; la rigidità rispetto al mantenimento dello status quo e degli abituali modi di interazione, anche di fronte a condizioni naturali che prevedono una naturale modificazione, come può essere il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza; infine vi è la non risoluzione del conflitto emerso nel nucleo familiare, intesa come l’abilità che hanno i componenti di questo tipo di famiglie a generare un conflitto di alta intensità e di spostare, grazie ad un altro componente, l’attenzione su altri aspetti, annullando la stessa intensità del conflitto senza la possibilità di trovare le giuste strategie per risolverlo. Minuchin individua anche una quinta caratteristica di questa tipologia di famiglie, ossia il coinvolgimento del bambino, o come dice l’autore, delle bambine in modo più frequente, nel conflitto con i genitori. Scopo del terapeuta è appunto sfidare queste caratteristiche tipiche di questo sistema familiare, mettendo in crisi lo stesso sistema e permettendo alla famiglia nuove possibilità transazionali che permettano al paziente designato di ricominciare a nutrirsi. Inizialmente l’autore propone un trattamento ospedaliero basato su un protocollo comportamentale allo scopo di garantire un aumento di peso del soggetto così da evitare il rischio di morte; sempre in ambito ospedaliero propone il primo incontro con la famiglia e il paziente anoressico, partecipando con essi al pranzo e invitando i genitori a fare tutto il possibile affinché la figlia, o il figlio, mangino il cibo che il paziente aveva precedentemente concordato con il nutrizionista. Sempre in questo contesto il terapeuta interviene per ridefinire la situazione generata dai tentativi messi in atto dai genitori per far mangiare la paziente, rinforzare il sottosistema coniugale e “liberando” il paziente designato da quel ruolo. Fase successiva della terapia avviene al di fuori del contesto ospedaliero, mettendo proprio in crisi quelle cinque caratteristiche che generano, sempre in una visione circolare, e mantengono con tenacia il sistema anoressico.

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